Esce in questi giorni per le edizioni Marte il libro En dehors – il corpo la danza la poesia
Riscoprire il corpo attraverso la danza accademica (d’école) e sottrarla alla rigidità dell’en dehors: sembra questo il percorso intenzionale che precede il modus operandi di Francesco Colella.
In uno spazio virtuale non dato, ma rintracciato ogni volta come occasione speculare, si indefinisce la percezione di una tensione movimentale che determina, nell’atto esecutivo, la fotogrammazione di un evento assolto dalla sua cronia. La volontà conoscitiva del disegno, delle linee tracciate per corrompere la neutralità del supporto ed intriderlo di una necessitata realtà, qui tende alla corposità pitturale ridefinita in una lettura segnica essenziale che procede per incantamento della gestualità figurale: arabesque, attitude, battement, cabriole, degagé, fouetté, jeté, pirouette, ecc. . Se da un lato le esecuzioni riecheggiano la nomenclatura di rito, dove l’eccellenza è rappresentata dalla raggiunta perfezione scolastica declinata con le personali capacità e con un forte temperamento: si pensi alle sorprendenti magie interpretative di un Rudolf Nureyev o di una Carla Fracci per citare due straordinari geni contemporanei – a questo proposito vale la pena richiamare alla memoria le qualità che, secondo l’intuizione foscoliana, sono costitutive del Genio capace di tramutare nell’ambito artistico il Vero in Ideale (il Foscolo si riferiva alla poesia; comunque per ben due volte il poeta si cimenta in versi mirabili, tra i più perfetti della sua produzione, sull’incanto della danza: nell’ode All’amica risanata e nel poemetto le Grazie.): sentire fortemente, osservare rapidamente, immaginare nuovamente, applicare esattamente –, dall’altro si riversano nelle misure aperte di moderne esecuzione dove si frange la regulistica classica dell’innaturale ed il corpo finisce per esprimere liberamente, (si pensi alla scuola di Isidora Duncan; in altre invece ricompaiono le normative tecniche, anche se attualizzate, come in quella di Martha Graham), valenze e significati interiori, puntando spesso alla improvvisazione e la figura del ballerino tende a coincidere con quella del coreografo, del costumista e del direttore delle luci.
Confessa l’autore: «Ho sentito imperiosa la magia della danza dopo aver assistito nel 2006, presso il Teatro “Ventidio Basso” di Ascoli Piceno, allo spettacolo Prigioniero dei sogni messo in scena dalla compagnia “Tina Dance”, le cui coreografie si ispiravano ad opere pittoriche e testi poetici miei. Mi aveva affascinato il linguaggio gestuale e soprattutto il senso di libertà di cui i protagonisti si erano fatti interpreti perché coincideva, a livello inconscio, con la mia ricerca della libertà. Volevo dare parola a quei movimenti. Queste opere, oggi, ne rappresentano la testimonianza diretta».
Allora va subito fatta una precisazione: la degasiana fervenza del quotidiano, in cui si respira l’aria della ville lumière, negli spazi delle scuole di danza o dei palcoscenici, espressa sia nella vorticità dei tocchi di colore, sia nella rapidità sonora dell’acquaforte o nell’iperverismo scultoreo, con la luce emanata dall’interno degli stessi soggetti, in queste opere rimane un antefatto culturale, una lezione irrepetibile da cui, però, ci si sente estranei. A Francesco Colella non interessano la ricostruzioni di ambienti coreutici, né gli estenuanti esercizi accademici, né lo scintillio degli spazi scenici o la briosa civetteria dei costumi, né il garbo e la stanchezza delle ballerine, tanto meno i reportages fatti dietro le quinte dei teatri. La liturgia del corpo prima di ogni altra avventura: questa la sua scelta.
Colella, in questa serie di manufatti, si muove nella trasparenza della juta grezza – una esperienza recente dopo l’Omaggio a Salvatore Emblema del marzo/aprile 2010 – sulla quale apre una svelta finestra di bianco opaco che, in controluce, entra tra ordito e trama quasi a comporre uno spazio interstiziale minutissimo. I corpi sollecitati sembrano venir fuori da questo respiro epidermico ed assorbire una vitalità gestuale che ne determina la loro forza cinetica. L’ostensione figurativa si sviluppa rapida, con cadenze dettate quasi da un sortilegio ritmico-musicale che sonorizza ogni spazio toccato dal movimento mettendolo in vibrazione. Si intuisce una sottaciuta osmosi tra la tensione fisica e l’essenzialità esecutiva dell’alchimia colorica che porta il lettore ad una visio corporalis immediata ma nello stesso tempo esaustiva: un mondo virtuale, ma che protesta con forza tutto il suo essere carne e sangue, tensione ed intelligenza, studio e naturalezza, e sembra voler risolvere a livello emozionale ogni nostro impasse interpretativo. In questa condizione tensionale le forme rompono spesso i margini prestabiliti e tentano l’oltrepassamento sconfinando nella zona neutra del sub-supporto, dove si apre un contiguo spazio indefinito con funzione intermediaria alla circolarità dei singoli elementi, che finiscono per ritrovarsi in finzione coreutica. Si torna così alla ritualità espressa dal χόροʃ (coro), il cui etimo è rimasto fondamento della terminologia riferita alla danza – termine questo derivato invece dalla radice sanscrita tan – , a ricordarci il compito primario che esso assolveva nella tragedia e nella commedia dell’antica Grecia. Ma vi si legge anche un forte richiamo alla kalokagathia, non nel senso classico d’ una ristretta aristocrazia elitaria dell’essere, ma nel senso strategico nuovo dove etica ed estetica sono punto di incontro di un desiderio inevaso, di un pensamento teso al superamento del proprio limite in un’ansia sconfinata di perfezione imperfettibile. Si ristabilisce così una civiltà del sentire profondo contrapposta al ludico sprezzante di ogni limite del nostro tempo, ed alla ipocrisia omologante che confonde libertinaggio e libertà.
Anche quando i colori irrompono in una sorta di desiderio incontinente, la loro sollecitazione è misurata, le densità espellono il loro carico materico, il segno ricompone ogni tentativo di libertaria oziosità. Colella, questa volta, nella stesura dell’olio spatolato, tecnica che predilige, riesce ad ottenere un ordine semplificato al massimo, quasi schematico, un esorcismo che purifica l’immagine da ogni contaminazione temporale e ce la restituisce come una icona devozionale.
Si avverte, a ben vedere, una intenzione precisa, in quel librarsi connaturato dei corpi, al richiamo dedalico del volo umano, e più precisamente all’archetipico sogno dell’autore inverato nell’onnipresente gabbiano che accampa simbolico in molte sue opere, vincitore di ogni bufera ed utopico simbolo di terrestre libertà.

