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Federigo Tozzi, Eminem: due figlioli crocifissi violenti e teneri

pubblicato il 25 febbraio 2010 alle 00:52
scritto da Mariangela Falcioni
tematiche affrontate: Letteratura, musica

Un incrocio fra due vite lontane, lontanissime, quasi vicine.

Studiando la letteratura dello scrittore senese Federigo Tozzi, mentre preparavo la mia tesi di laurea, mi capitò d’imbattermi in una canzone del rapper bianco di Detroit Eminem, Cleaning out my clothes, nella quale rappava parole di odio e vendetta contro una madre pazza e incapace di amarlo, chiedendole poi scusa per quelle stesse parole nel ritornello. Assorbita com’ero dalle tematiche di Tozzi, dai suoi personaggi in lotta contro un padre violento e tiranno, eternamente in bilico tra odio e amore, bontà e cattiveria, mi sembrò che Marshall Mathers (vero nome di Eminem) fosse uno dei tanti personaggi che affollano i romanzi e racconti di Tozzi.

Se questa associazione vi sembra alquanto improbabile, cerchiamo di guardare più da vicino questi due artisti apparentemente così distanti, uno vissuto a Siena tra fine ottocento e inizio novecento, indiscusso maestro di stile e fondatore, con Pirandello e Svevo, del romanzo novecentesco italiano, l’altro, cresciuto nei quartieri poveri di Detroit, considerato da molti omofobico, misogino, violento e scurrile.

Chi conosce l’opera narrativa di F Tozzi sa quanto le sue tematiche letterarie siano strettamente legate agli eventi della sua vita e che tra questi in particolare occupano un posto di rilievo la morte della madre e il conflitto col padre, uomo violento e tiranno, tanto incapace di comprendere e amare il figlio da renderlo orfano una seconda volta. Prendendo in prestito la definizione dallo psicoanalista junghiano Peter Schellenbaum, potremmo dire che Tozzi fu un “figlio non amato” costretto a riparare nella scrittura il dolore lasciatogli da quella ferita d’amore e lo fece regalandoci personaggi sospesi dietro la soglia dell’età adulta, impossibilitati a oltrepassarla, “figlioli crocifissi” dal medesimo dramma come se tutti partecipassero di uno stesso passato psichico in cui è incisa la cattiveria castrante di un padre-padrone che ha chiuso loro gli occhi e li ha condannati a restare per sempre “abbozzi di Adamo”. Creature fragili e incompiute che non sanno o non hanno saputo abbandonare la propria adolescenza trasformandola così in una sorta di malattia dell’anima senza guarigione, una stazione ultima in cui lo sviluppo psichico è obbligato ad arrestarsi, regredendo verso fasi arcaiche e infantili di difesa dal mondo esterno. “Non senti che la nostra giovinezza è una specie di malattia che non ci lascia il tempo di guarire?” chiede Alberto Bichi, protagonista della novella Pittori, al suo amico.

Anche Federigo Tozzi, l’autore, si sentiva un abbozzo di Adamo e credeva non ci fosse altro spazio per lui che la scrittura dove poter completare la sua metamorfosi in uomo.

In un altro luogo e in un altro tempo, Marshall Mathers, il ragazzo che si nasconde dietro il nome di battaglia Eminem (M’ and ‘Ms, dalle sue iniziali e le sue caramelle preferite) utilizzato già ben prima del successo nei duelli a microfono aperto per sfidare gli avversari, sente il suo passato di figlio non amato pesargli come una pietra dentro lo stomaco e se ne libera incidendolo in versi saturi di rabbia. Come per Federigo Tozzi, anche per Marshall Mathers la possibilità di divenire uomo, cioè di completare e realizzare la propria anima, poteva compiersi solo superando il trauma di quel doloroso passato ed era affidata alla sua realizzazione come artista, o meglio alla sua metamorfosi in Eminem.

Dicevamo, all’inizio del nostro discorso, che Marshall potrebbe sembrare uno di quei figlioli che popolano le pagine tozziane. Ma non intendo tanto l’uomo in carne e ossa, che semmai andrebbe paragonato all’uomo Federigo, quanto piuttosto la rappresentazione che di sé stesso ha dato il rapper Eminem nelle sue rime, quella di “un ragazzino bianco tutto sfigato, gracile e sempre scontroso”, abbandonato dal padre e cresciuto da una madre incapace di badare anche a sé stessa, dedita all’abuso di alcool droghe e psicofarmaci, tra strade sporche di miseria, sotto sguardi troppo ostili, perseguitato da bulli giganteschi, abusato da patrigni violenti e pedofili, tormentato dalla fretta di crescere.

Le liriche raccolte nei suoi album, dal primo all’ultimo uscito a maggio del 2009 dopo 5 anni di silenzio dovuti ad una profonda crisi depressiva e all’abuso di antidepressivi, sono un racconto farcito di episodi visionari e reali, spesso ironici altre volte horror, della vita di Marshall Mathers e del suo cattivo e folle alter-ego Slim Shady, il lato oscuro, assassino, stupratore, dipendente da droghe e alcol e con tendenze suicide, sorto dall’abisso del mare che gli turbinava dentro per vendicare i torti subiti da Marshall e proteggerlo da quelli venturi, in un giorno che gli pareva ormai di aver toccato “il fondo del barile, quando la vita ti rende incazzato abbastanza da ammazzare”.

Nel mondo narratoci da Tozzi, la cattiveria è un elemento ineliminabile: la si può solo compiere o subire. Di fronte agli occhi chiusi dei figlioli crocifissi si stende un universo spietato, lacerato dallo scontro tra padroni e schiavi, carnefici e vittime, come sulle strade dei ghetti, a Detroit come a New York o Los Angeles.

Tanto per i figli non amati della narrativa tozziana, quanto per il ragazzino bianco tutto sfigato Marshall, il problema è il medesimo: o si impara la cattiveria dei carnefici o si resta vittime della loro crudeltà. Diventare adulti è allora possibile solo assimilando la forza dei carnefici, diventando cattivi come loro.

Per entrambi, tuttavia, una totale assimilazione è impossibile.

Così in Tozzi, bloccati i personaggi in un’adolescenza emozionale che li costringe a riattualizzare in ogni relazione con l’altro da sé le medesime dinamiche comportamentali assimilate nel nucleo familiare, come fossero, quelle dinamiche, un “programma” inciso nell’anima, i figlioli crocifissi oscillano tra la tenerezza di personaggi vittime come il ragazzino Marshall o la cattiveria di carnefici come Slim Shady, corrosi da un odio implacabile diretto contro un nemico ben delineato oppure verso tutti, verso quegli altri che solo per la loro alterità sono sentiti come nemici.

La cattiveria di Slim, resa poco credibile dal tono ironico delle sue rocambolesche avventure e talvolta così disperata da mostrarlo vulnerabile, è quella dei figlioli crocifissi di Tozzi: bisognosi di un amore totale e simbiotico che li risarcisca della ferita provocata dalla cattiveria del mondo adulto, non possono che chiederlo utilizzando quel solo bagaglio emotivo che hanno imparato per comunicare con gli altri. Odiano, progettano omicidi, a volte li compiono pure, ma pare sempre e solo che chiedano amore.

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